Che chi scrive sia felice della nomina di Alessandra Poggiani alla guida dell’AgID non è certo un mistero, dal momento in cui è stato uno dei pochi a scriverlo prima che la sua nomina venisse confermata. Tuttavia va specificato per onestà intellettuale nei confronti di chi leggesse queste poche righe senza conoscerne l’autore. E va anche detto che sempre chi scrive è rimasto amareggiato, ma non certo meravigliato, dal fatto che il suo articolo di endorsement per Alessandra Poggiani sia stato rilanciato da molti influencer (o sedicenti tali) solo dopo l’ufficializzazione della nomina. Sintomo inequivocabile di un sistema popolato di una quantità incredibile di cialtroni che, come diceva Ennio Flaiano, sono sempre pronti a correre in soccorso al vincitore. Cialtroni della stessa pasta di quelli che oggi, nel dubbio, tacciono di fronte alla ormai ben nota storia della presunta Laurea non Laurea de @La_Pippi, come si fa chiamare su Twitter.
Perché tacere è la strada migliore per non farsi notare, in un contesto in cui farsi notare vuol dire prendere posizione. E prendere posizione rischia di significare di schierarsi con qualcuno, e forse quindi contro qualcun altro. Qualcun altro che domani potrebbe servire, e perciò perché inimicarselo prima di assicurarsi che il potente di oggi sia destinato ad essere potente anche domani?
Il primo è un motivo di metodo: in un Paese in cui ad un professionista competente è preferibile un laureato incompetente si riapre la questione della validità legale del titolo di studio. In Italia un imbecille con certificazione è preferibile by default a un serio professionista. E questo pone la questione su un altro piano: fermo restando che sulla nomina di Alessandra Poggiani si può essere o meno d’accordo, cambia davvero la sostanza delle sue competenze un titolo conseguito vent’anni fa? Fermo restando che la laurea c’è, sarebbe così grave se non fosse riconosciuta in Italia? In un Paese in cui un dottore laureato in dermatologia può far parte dell’Autorità Garante per la Privacy, il dubbio è lecito. È la vittoria della forma sulla sostanza.
E la sostanza ci porta al secondo motivo per il quale tutto sommato questa querelle ha dei risvolti positivi. Finalmente la gestione del digitale sta entrando al centro degli interessi del nostro Paese, perché muove interessi, e muove soldi. E vista la qualità del giornalismo italiano l’attacco indegno di Italia Oggi è il migliore sintomo possibile del fatto che una struttura come l’AgID sia uscita dall’alveo di competenza degli “esperti” o sedicenti tali. Quando la “macchina del fango”, per usare un termine della peggiore retorica politica, comincia ad essere applicata anche in questo settore vuol dire che questo settore inizia a diventare centrale rispetto a sistemi di interessi di un nuovo ordine di grandezza. E – nel caso di Alessandra Poggiani – questo è davvero un buon segno. Perché se l’unico appiglio che si è trovato sulla sua figura è una illusoria irregolarità amministrativa vuol dire che davvero si è scavato il fondo e non si è trovato nulla di meglio (o, meglio, di peggio). D’altro canto, se in oltre vent’anni di carriera non si riesce ad imputare ad Alessandra Poggiani nemmeno un piccolo, insignificante avviso di garanzia, come la si può attaccare? Se non ha alle spalle nessun fallimento, nessuna ombra, nessuna macchia professionale, come screditarla?















