In Italia esiste un brutto vizio: si prende un tema “di moda” e se ne parla. Se ne parla. Se ne parla. Se ne parla pur non facendo nulla di concreto, o quasi. Se ne parla così tanto, talvolta per mesi, a volte per anni, da svuotarlo di ogni significato reale. Se ne parla così tanto, nella completa inazione, da renderlo indigesto. Da arrivare a disgustare chi se ne interessa e da far pensare a chi non se ne occupa quotidianamente di parlare di qualcosa di concreto quando in realtà si sta parlando, il più delle volte, di quella che i giornalisti chiamano “fuffa”: ossia, appunto, del nulla.
Succede in tutti i campi (ne sa qualcosa chi corre dietro all’abolizione delle provincie). Ma nel digitale succede con forse maggiore forza. Sta succedendo, ad esempio, con l’Agenda Digitale. Il nulla di fatto degli anni passati sta diventando un’ottima scusa per superare il problema senza averlo mai affrontato nella realtà. L’inefficacia dell’azione governativa passata diviene scusa che giustifica l’inazione attuale, perché tutto è difficile, tutto è complesso e – in ultima analisi – la colpa è sempre di qualcun altro (il sistema, la burocrazia, i predecessori, le cavallette, le scie chimiche, i cattivi). E le discussioni inevitabilmente convergono versoapprocci ombelicali, in cui il problema del digitale in Italia si riduce a statuti da approvare, tavoli da nominare, cabine di regia da attivare. Sempre in attesa del salvatore della patria, che ovviamente, non arriva mai. Non arriva perché non serve (né c’è) un salvatore della patria, ma serve (e c’è) la necessità di concepire un sistema nuovo e diverso di governance della “riforma digitale” del nostro Paese.
Mai come ora, quindi, abbiamo bisogno di Agenda Digitale. I tre punti del Piano Caio non sono una strategia per il digitale, ma una tattica che ci consente di iniziare a poter affrontare il vero problema: che digitale per l’Italia? O meglio, come supportare il digitale perché il digitale supporti la ripresa e lo sviluppo del nostro Paese?
















